mercredi 10 septembre 2014

Sogni di ogni

L'altra notte ho fatto un sogno stranissimo che non mi era mai capitato di fare, ma non nel senso dei sogni ricorrenti, ma per le sensazioni prodotte. ok i sogni a colori, in bianco e nero, quelli olfattivi, ma questo è una novità. Che stia iniziando una qualche nuova fase?
Come molti dei sogni che ricordo e trascrivo, era abbastanza assurdo. Ero ad un convegno, una sorta di commemorazione storica. Venivano mostrate varie foto ed i frammenti di un filmato della fine dell'ottocento. A parlare c'era l'artista che compariva nei filmati, fatto chiaramente incongruente, ma nei sogni tutto è possibile; al termine dell'incontro l'artista chiedeva se in sala ci fosse la signora che si vedeva con lui nel filmato, perché teneva a ritrovarla dopo tanti anni. Allora mi alzavo, e percorrendo un corridoio laterale mi avviavo verso la sala per incontrarlo. Nel fare questo mi trasformavo in una ballerina di charleston, con gonna a frange e piumetta sulla testa, giunto alla porta, prima di bussare mi voltavo e mi accorgevo di essere seguito/a da una tipa con i capelli rossi, del tutto simile a Fiorella Mannoia, che però veniva prontamente bloccata da mia zia, che spacciandosi per la segretaria dell'artista la dirigeva verso l'uscita. Una volta nella sala, per non destare sospetti, affermavo di essere la pronipote della signora in questione, bugia prontamente creduta sia dall'artista che dai suoi collaboratori. Per celebrare l'incontro veniva servito il dolce, che consisteva in una mela cotta al forno, con sopra granella di zucchero, amaretti e mandorle tritate.
Il sogno termina con me, che raccolgo con il cucchiaino il caramello dal piatto … così mi sono risvegliato col sapore di caramello. Un sogno gustativo mai accaduto prima.
Proverò a cucinare le mele al forno, giusto per esorcizzare la faccenda.

jeudi 4 septembre 2014

Soave sia il vento ...

Stamattina mi sono svegliato prestissimo, era ancora il crepuscolo e c'era un qualche uccello che faceva casino. Uno pensa: ma è il canto dell'usignuolo o dell'allodola ? e invece era un'accidente di pappagallo, grande come un tacchino, che si è piazzato con la sua compagna sull'antenna dei vicini. Fastidioso come averlo sul comodino. Tuttavia, mi son detto, pensa Pier, questi vengono dalle sperdute foreste amazzoniche (ma non ci potevano rimanere?). Rimosso il desiderio di abbatterlo e scomodato Shakespeare, mi son ricordato di alcune faccende in ballo sui blog. Questo web, nuovo strumento in mano (spesso) agli imbecilli. Ma poi gli imbecilli in giro ci sono sempre stati, e nel web sono amplificati semplicemente per una questione di grandi numeri. Internet aumenta la possibilità di interagire, quindi siamo più esposti all'iterazione con gli altri, alias anche con gli imbecilli. Sarà forse che come spesso accade diamo troppa importanza alle cose, le prendiamo troppo sul serio e troppo di punta. Come diceva la prozia Betty: si nasce incendiari e si muore pompieri. Lo diceva guardandoci (nipoti e affini), ed era chiaro che a lei di certi scorni della vita non gliene fregava più un cazzo. E certe cose bisogna imparare a farsele rimbalzare.
Potrei scomodare alcuni fatti di cronaca accaduti nella Francia della fine dell'ottocento, in cui uomini sposati, tramite annuncio sui giornali, conoscevano ed irretivano donne nubili millantandosi celibi, per poi condurre un doppio matrimonio e rubar loro la dote. O semplicemente truffar denari a qualche editore facendosi passare per chi non erano. Ma mi piace invece ricordare una commedia di Rostand, scritta nel 1897 … la vera storia di quel tal Cristiano, cadetto di Cyrano. Che in vita sua fu tutto e non fu niente!" . La bella Rossana pensa che il suo aitante Cristiano sia anche intelligente, e invece è un inganno, tutta quella poesia d'amore è fittizia e frutto della farina del sacco altrui. Ma la commedia più sottile e perfida è quella di Goldoni, che alla metà del settecento già avvertiva...e lor signori ancora profittino di quanto hanno veduto, in vantaggio e sicurezza del loro cuore; e quando mai si trovassero in occasioni di dubitare, di dover cedere, di dover cadere, pensino alle malizie imparate, e si ricordino della Locandiera.
Volendo esagerare si potrebbe anche scomodare Mozart, che musicando Da Ponte, a sua volta ispirato dalle Metamorfosi di Ovidio, (questo si che si chiama prenderla alla lontana) con il suo geniale adattamento del Così fan tutte, mette in scena un dramma dove il sospetto e l'inganno la fanno da padroni. Ma a ben guardare tutta la storiografia che ispira le opere del passato si basa sull'inganno, amoroso o meno. Diciamo che l'inganno amoroso intriga e fa vendere. Quindi è abbastanza ragionevole pensarlo tradotto in chiave virtuale, dove ognuno può velocemente e facilmente diventare chiunque, fare la qualunque e poi sparire.
E cosa meglio delle chat si presta a questo teatrino?
Un mondo dove c'è tutto, l'aspetto serio, quello ludico e quello malandrino. Il web contiene bufale clamorose, adatte ai boccaloni ed informazioni preziose, sta a noi discernere, confrontare spulciare. Il web consente meglio di altri mezzi di celarsi, di simulare, ma non ha inventato nulla, semplicemente ha amplificato e reso disponibile a molti una tendenza che c'è sempre stata.

lundi 1 septembre 2014

Scarpe & scarpe

Le scarpe quando andavamo in campagna erano poche, noi bambini ne avevamo di quattro tipi. Il primo tipo erano le scarpe da città, così le chiamavamo, il nonno le chiamava le scarpe per la scuola. Nel mio caso erano dei sandali chiusi con due asole che parevano degli occhi. Mia cugina invece aveva degli scarpini di vernice blu con il bottoncino di metallo. Si allacciavano con una fibbia ed erano di cuoio. Venivano risuolati e lucidati con regolarità, e guai ad usarli per giocarci a pallone. Per quello scopo e tutto il resto c'erano le scarpe per giocare, suola in gomma, di tela, alte e con i lacci. I lacci venivano cambiati spesso, una mia cugina aveva imparato a intrecciare dei nastri colorati da usare quando una stringa si rompeva.
Sul bordo di gomma bianca ci si poteva scrivere con le penne biro. Generalmente ognuno ci scriveva il suo nome in modo da non litigarsi le scarpe. Essendo io il più piccolo finivo sempre per ereditare le scarpe dei miei cugini, per cui il mio nome era sempre sovrapposto ad altri cancellati, e per farlo avevo imparato a disegnare le stelle.
A seguire c'erano gli stivali verdi per andare nel bosco o nell'orto. In casa ne possedevamo diverse paia e si dividevano in tre misure, piccoli, medi bassi e grandi. Gli stivali restavano sempre in campagna, ed era uso, prima di metterli, sbatterli e rovesciarli, per fare uscire ragni e scorpioni che durante l'inverno ci finivano dentro. Le suole erano sempre sporche di fango secco e foglie. Gli stivali non avevano proprietario, li metteva chi ne aveva bisogno, provando la misura che gli veniva comoda. Solo lo zio ne aveva un paio tutto suo che usava per andare a caccia o per funghi. Noi andavamo per misura, per cui erano necessari due paia di calzini di lana per poterli usare senza perderli. Quando uscivo con gli stivali mi sentivo importante.

Per ultimo c'erano le scarpe da casa, stavano in una cesta nella bussola e si dovevano indossare appena entrati; non erano vere e proprie scarpe, ma pantofoloni di stoffa che la nonna cuciva con la sua Singer a pedale, ritagliando vecchi cappotti ed altri accidenti, uniti sui bordi da spago colorato. Erano tutti della stessa misura, a volte venivano rattoppati e duravano una stagione. In alcuni casi finivano in lavatrice e poi stesi tutti assieme, che parevano un granpavese, quando si bucavano finivano nella stufa.

samedi 30 août 2014

Meglio con una puttana che con un'ecuadoregna ...

Urlava questo la vicina di sotto, poco fa ... speravo nello sviluppo di una qualche tragedia familiare, con piatti infranti, botte e sangue versato ... ma pare che le acque si siano calmate. Peccato. Comunque non era di questo che volevo parlare, (ma se ci sono sviluppi pulp vi faccio sapere).
L'altro giorno sentivo un commento ad una notizia riguardante il cibo spazzatura, dei ricercatori statunitensi avrebbero scoperto che nutrirsi con questo cibo provoca una sorta di dipendenza dovuta ad alcuni componenti presenti nei cibi che stimolano la serotonina, che produce il senso di appagamento e quindi questa chimica instaura una dipendenza psicologica. Quindi se uno va al fast food e si ingozza di patatine, hamburger e cocacola poi si instaura nel suo organismo un'associazione che lo porterà a riconoscere quel cibo come gratificante e quindi tornerà a ricercarlo ancora. Il primissimo pensiero è stato, questo spiega gli americani obesi, vittime del sistema, delle multinazionali. In tutto ciò si sono forse dimenticati di dire che nessuno insegna loro ad alimentarsi correttamente, o comunque a svolgere attività fisica, condurre una vita sana, etc etc. Tralasciando anche le porcherie che combina Monsanto in America e le varie sottoculture alimentari, comode per coprire il business delle multinazionali del cibo.
Tuttavia, per la teoria del complotto, che ultimamente ravvedo ovunque, ho pensato che sia troppo comodo imputare i comportamenti sbagliati o comunque lesivi della nostra salute a qualcosa di inconscio, a fattori esterni ed apparentemente incontrollabili. C'è uno spostamento dalla volontà dell'individuo, alle esigenze chimiche del corpo. Insomma la tesi del libero arbitrio è sempre più denigrata. Questo emerge, a mio parere in modo sempre più preoccupante, nelle informazioni che sentiamo ogni giorno.
- ha ucciso per un raptus, non era in se
- si ciba in maniera errata, è un fattore psicologico
- fuma sigarette, è una dipendenza da nicotina
- si ubriaca, è una dipendenza da alcool
Esempi se ne potrebbero fare a centinaia, in quasi tutti i casi viene chiamato in causa QUALCOSA che non dipende direttamente da noi ma da una qualche chimica dell'organismo, dall'inconoscibile che abbiamo dentro. E la volontà dell'individuo?

Non sarà che tutto questo ricercare cause ed effetti esterni, sta diventando un alibi per non affrontare il problema? Ma per aggirarlo? Non sarà che chiamare sempre in causa qualcosa di medico, di chimico, di psicologico inconscio, sta facendo il gioco delle case farmaceutiche?

jeudi 28 août 2014

VivalitaGlia che resiste

C'è un bel dire dell'Italia, la crisi, le aziende, i lavoratori , i politici, le raccomandazioni. Uno sta lì sempre a sperare che le cose con il tempo migliorino e poi ...

Carta postale postepay.
Le poste sono (o dovrebbero essere) una grande azienda, anche se il fratello di Alfano ha tentato di dirigerle senza fare il concorso. Tuttavia quando uno si trova a dover comunicare con loro finisce in una rete di call center e numeri verdi che rimandano a numeri a pagamento. Per richiedere il rinnovo di una carta prepagata ci vuole un mese, per attivarla un altro mese. Totale due mesi per una procedura che il foglietto pubblicizzava come innovativa semplice e veloce. Chiaramente dopo due mesi uno si scazza e che fa? Va allo sportello postale e compra una carta prepagata che funziona da subito. Tempo di attesa due ore. Vecchio sistema, ti fai la coda, intasi gli sportelli, ma ottieni. Mi chiedo tuttavia se qualcuno abbia valutato i costi per l'azienda di tutta la procedura tramite numero verde, call centre, invio lettere e compagnia cantante … sistema che poi non funziona. In ultimo, se provi a farglielo notare ti dicono: ehhh ma non è possibile! Sarà lei che non ha riprovato abbastanza. Certo facendolo per lavoro, ma se il metodo è pensato per far risparmiare tempo, non è che uno può stare tutto un pomeriggio a chiamare ed ascoltarsi voci registrate. Ci provi lei dall'ufficio allora così mi sa dire … eh ma noi abbiamo da lavorare .. uhm ma non sarebbe questo il vostro lavoro?
Fanculo … e non puoi nemmeno dirglielo con il modulo on line per segnalare il disservizio, che è curiosamente sempre in errore di sistema quando si tratta di inviarlo dopo averlo compilato tutto.

Altra faccenda le varie connessioni a chiavetta, tre su due non funzionano le ricariche, questo è indipendente dalla compagnia telefonica, accade perchè non vengono attivate, o meglio quando paghi ti dice: è attiva ma quando ti connetti ti dice: devi attivarla, chiamaci! e quindi dopo aver provato e smadonnato, devi tornare al negozio dove l'hai fatta per chiedere lumi, loro si scoglionano, e ti dicono: ma hai chiamato il servizio clienti? E io gli rispondo: NO perché è un numero a pagamento e non spendo 5 euro di chiamata per ricaricarne dieci. Quindi, visto che c'è il punto di assistenza, vengo di persona assistetemi!!! Perché questo è un punto di assistenza, o no? C'è scritto sulla porta, altrimenti tu saresti a pelare patate su qualche nave da crociera, anziché mostrare la tua incapacità di problem solving.

Ultima faccenda l'Enel, tu vai al punto Enel vicino casa perché devi segnalare un guasto (che ovviamente con il numero verde non è possibile fare e on line il modulo non viene spedito) e loro che ti dicono?
Eh ma non può farlo con noi, deve mandare un fax.
Ok, sono qui ma vi devo inviare un fax ... a che numero?
Eh al fax verde, (ovvio che domande), il numero lo trova sul sito
Scusi ma questo è un punto di assistenza clienti o la sede del cottolengo?
E poi si risentono se uno è maleducato; allora guardi, ora vado al negozio compro un fax, poi torno a casa, mi collego al sito, cerco il numero fax verde , poi scrivo il testo su un foglietto, indicando tutti i dati della fornitura, anche quelli che avete già ma che bisogna comunque trascrivere, senno poi non capite di cosa si tratta, poi metto anche il mio numero di cellulare così quando chiamate vi rispondo subitissimo, e poi lo spedisco, sperando che ci sia la linea libera e che funzioni la ricezione, così magari tra un paio di mesi mi manderete un tecnico per sistemare il cavo del contatore che fa dispersione. Mavaffanculo!
Soluzione?
Chiamare l'assistenza guasti, numero gratis, attivo h24, millantare l'interruzione della fornitura, dandogli solo il numero cliente del contatore, fare un po' i vaghi … ed aspettare. Dopo nemmeno un'ora, arriva la squadra di assistenza, e la cosa è sistemata .. e vivalitaGlia che lavora.

mardi 26 août 2014

Pax tibi

Pax Tibi Marce Marcus Evangelista Meus, dice così il libro posto tra le zampe del leone di Venezia; la leggenda sull'origine di queste parole è abbastanza ridicola, tuttavia siamo in Italia ed ogni pretesto per giustificare un furto è sempre ben accetto. Così anni et anni dopo, la Lega, (e tutti i suoi compagni di merende) al grido di Roma ladrona, si impossessava di ben più preziose reliquie, non quelle di Mosè, ma dei soldi pubblici del mose.
Detto questo, oggi ho fatto pace con il ficcanaso: pax tibi ficcanasus. Non saprei nemmeno come sia accaduto; imputo la faccenda (della quale sono già pentito) al fatto che ero nel post pausa pranzo e non avevo ancora bevuto il caffè. Mentre mi allontanavo ho anche fatto mentalmente la lista delle cose positive e negative che la faccenda comporterà. le negative ... vincevano. Quindi sarà un impiccio. Che poi a me, averlo sui coglioni, iniziava a piacermi.
Purtroppo però ci siamo un po' chiariti su alcuni attriti che negli ultimi 18 mesi ci hanno portato a non salutarci più.
Tuttavia come insegna Obama, negare negare, e proclamare la pace, anche davanti ai profughi siriani. Quindi gli ho chiarito che alcuni suoi comportamenti non li condivido, e su questo non sono molto disposto a scendere a compromessi. La cosa mi spiace (nel dirlo mi sono stupito di udirmi), ma ognuno è libero di farsi delle idee sugli altri, e poi magari scoprire che ha sbagliato nel suo giudizio. Frase volutamente a doppio senso, in quel - nel bene e nel male, ho calcato la mano. Tuttavia la cosa che lo ha infastidito maggiormente è stata la mia indifferenza, e poi ... udite udite, il fatto che possa parlar male di lui in giro, agli altri vicini. Cosa che per altro, ho già fatto appena ne ho avuto occasione.
Tuttavia la faccenda sollevata dal ficcanaso quando mi ha detto: cosa pensano gli altri di me? Ha subito dato un sapore scolastico alla discussione, perché l'ultima volta che l'ho sentita era stato nel corridoio del liceo mentre aspettavo, assieme ai miei compagni, di entrare nell'aula di fisica. Ricordo distintamente che fui affrontato dal bullo della 5E preoccupato del fatto che, non solo mi era indifferente, ma lo affermavo parlandone con i miei compagni. Era desideroso di capire come mai. Ricordo anche che gli dissi che non condividevo il suo comportamento e, visto che non mi era necessario frequentarlo riuscivo tranquillamente a farmi i fatti miei, prima e soprattutto dopo la scuola, come se lui non esistesse, e se aveva altro da dire poteva farlo, altrimenti che si togliesse da torno. Ricordo anche che pensai mi avrebbe mollato un pungo, ma ricordo anche che nel caso ero pronto a omaggiarlo con una bella ginocchiata nei coglioni, cosa che non mi era nuova. Non accadde nulla. Ed ognuno proseguì per la sua strada, ma lui era infastidito dal fatto che gli avessi detto che mi era indifferente e da allora mi guardò con sospetto.
Quindi ho pensato: ma posso io dare una ginocchiata nei coglioni a un mio vicino di casa sulla soglia dei 60? chiaramente no, perché magari, posto che li utilizzi ancora, gli viene un infarto e poi devo tenermelo sulla coscienza. Comunque non siano arrivati a tanto, anche se l'inizio è stato abbastanza complicato. Mi ha chiesto perchè non lo salutavo più, e gli ho ricordato i due motivi principali.
Principalmente il fatto che si sia permesso di entrare in laboratorio in mia assenza, e poi ho criticato la sua visione del mondo, per cui un lavascale fa un lavoro umile, mentre un avvocato fa un mestiere meritevole. Visione medioevale che ha per'altro creato un incidente diplomatico con il lavascale. Abbiamo poi sviscerato le altre faccende, e quando gli ho detto: fammi qualche esempio per cui dici che ti sono ostile .. ovviamente non gli ho detto che sono stato io a buttargli la polvere di cera sul parabrezza del furgone lo scorso mese … non ha saputo dirmi nulla, se non il fatto che non lo saluto più, che aveva il timore sparlassi di lui e poi ha cambiato discorso. Chiaramente è una persona debole che ha bisogno dell'approvazione altrui. Il classico insicuro, preso singolarmente un coniglio, e sbruffone se messo in gruppo.
In ogni caso la chiacchierata, che ho voluto fare nell'atrio, è terminata con una stretta di mano. Il bacio di Giuda mi pareva eccessivo. Una cosa che mi sono ripromesso per il futuro è quella di tenerlo a distanza, sempre e comunque. Riserbo e gentilezza scostante. Se poi ne ha fastidio ... cazzi suoi.
La cosa che invece devo indagare è perché provo questo sottile piacere a sfanculare le persone che non sopporto, mentre prima mi bastava evitarle.
Temo che farò la fine di Luca Spargisale ... baci condominiali a tutti voi.

vendredi 22 août 2014

Sindrome di (?)


Non saprei come chiamarla. È una forma gemella alla sindrome di Stendhal. Quest'ultima colpisce gli stranieri, che giunti a Firenze o comunque in luoghi densi di beltade provano brividi e vertigini. Il fatto è clinicamente documentato, ed è certo che gli italiani ne siano immuni. Personalmente posso dire, per aver provato, che passare nei corridoi degli Uffizi o stare seduto nella loggia dei Lanzi mi procura un brivido di piacere ed una pace che difficilmente provo in altri posti. Come se i pianeti dell'universo si allineassero e consentissero una visione simile all'infilata di porte dei palazzi reali.

Quella che invece mi prende quando leggo alcuni tipi di libri invece è una sindrome di cui non conosco il nome, non è ancora stata studiata clinicamente, e succede così: leggo un libro e subito il mondo che mi circonda si trasforma in quello del libro. Pure i personaggi del libro entrano nel mio quotidiano e le loro avventure sono come una storia di conoscenti. Mi trovo a pensare i loro pensieri e condividere mio malgrado le loro angosce o gioie.
Per esempio ricordo l'ansia crescente che mi diede Delitto e castigo, al punto che giurai di non leggere più nulla di Dostoevskij. Questo non accade per tutti i libri, ma per alcuni in cui resto impigliato in modo particolare, che quasi mi irrito quando finiscono, come se avessi a che fare con gente che parte e non ne sai più niente. Poi c'è un'altra faccenda, quella del tempo cronologico del romanzo, se si svolge in periodi lunghi, passa che lo leggo quando ho voglia e tempo, se invece si sviluppa in giorni ben riconoscibili, allora quasi mi fermo e aspetto per non sapere nel giorno in cui lo sto leggendo quello che nel romanzo è narrato come accaduto il giorno seguente. Mi rendo conto che questa è una deriva pericolosa, ma è iniziata quando ho letto l'Ulisse, dove la storia si svolge in un unica giornata del protagonista, quindi mi pareva logico leggerlo tutto in un giorno. C'è anche da dire che il fatto che all'epoca avessi 18 anni e fossi in vacanza ha agevolato la follia. Tuttavia riesco ancora a ritagliarmi intere domeniche di pioggia per ficcarmi sul divano e leggere per una decina di ore senza rotture di scatole. Spesso anche oltre.
Ho anche pensato che questa deriva fosse una forma di fuga dal reale, che non fosse normale leggere un romanzo ottocentesco e per alcuni giorni parlare con l'idioma desueto dell'epoca. Ricordo distintamente la volta che alle superiori scrissi un tema utilizzando il linguaggio di Fogazzaro di cui stavo leggendo Malombra, con disperazione della prof di italiano che mi spiegò (senza convincermi) come la parola: non ostante, scritto staccato era una forma arcaica e quindi lei la considerava errore. Mi astenni dal dirle che avevo letto in alcune vecchie trascrizioni che gli arcaici avevano uso di scrivere i verbi accentati per cui ò era ho ed à era ha. Questo probabilmente mi salvò dalla bocciatura e dal taglio della mano.
Fatto sta che, una volta entrato nel linguaggio del libro, mi impersonifico in qualcuno e poi la storia si svolge tra parenti. Per esempio ieri mi chiedevo, ma chissà come finisce quel Chilone Chilonide (è il suo nome) che secondo me è un farabutto che ci sta imbrogliando. E poi mi son detto: ma come CI sta imbrogliando? … cazzo dico.

Ma poi a voi succede?